GLI ABITANTI DELL'ISOLA

L’isola era abitata già in epoca preistorica, come testimoniano i resti di sepolture e di manufatti in pietra ritrovati per la prima volta da Giovanni Cappellini negli anni 1869 e 1870.
Capellini vi rinvenne circa quattordici scheletri umani, di adulti e bambini. Per un certo periodo si ritenne anche che i resti umani, presenti fra i molti resti animali e i pochi oggetti manufatti e litici rinvenuti nella grotta, mostrassero tracce di cannibalismo.
I reperti dell’industria litica provenienti dalla grotta dei Colombi sono in parte conservati nel Museo Civico della Spezia ed in parte presso l’università di Pisa. La datazione dei reperti non ha fornito pareri concordi: probabilmente si può riconoscere la frequentazione umana nel neolitico.
La Grotta dei Colombi è raggiungibile da una finestra naturale che guarda nell’insenatura posta a mezzogiorno; attraverso un corridoio si raggiunge la grande sala, dalla quale si dipartono due cunicoli. Uno di questi, si trasforma in camino che mette in comunicazione l’ambiente marino con il cielo esterno e crea un regime di doppia circolazione invernale ed estiva, capace di tenere la temperatura della grotta pressoché costante intorno ai sedici gradi.
Nel II secolo a.C. dal vicino castrum di Portus Veneris si insediarono nell’isola dei coloni, i quali introdussero la coltivazione della vite e dell’ulivo. I Romani si stanziavano nelle zone più favorevoli, perciò lungo il Golfo spezzino ci sono varie tracce della loro presenza. La Villa del Varignano (85-80 a.C.) ne è l’esempio più evidente.
È con i romani che abbiamo la prima testimonianza diretta intorno alla pesca, grazie al ritrovamento nella villa del Varignano di un amo di bronzo, un ago per tessere reti e disegni di attrezzi da pesca eseguiti su anfore.
Gli studiosi del settore ipotizzano che questa attività (esercitata comunque sulle isole) fosse stata secondaria rispetto ad altre o magari limitata inizialmente alla sola raccolta di molluschi e crostacei sul litorale.
Dopo la caduta dell'Impero Romano e la dominazione bizantina, la Liguria fu invasa dai Longobardi: in questo periodo travagliato si diffuse dall'Oriente il Cristianesimo e nelle grotte dell'isola vissero in solitudine e in preghiera degli eremiti.
Qui i monaci vivevano in povertà, pregando e lavorando insieme: la loro umile presenza attrasse Venerio, un giovane di nobile famiglia, nato nel 560 alla Palmaria. Egli venne accolto fra i monaci di Porto Venere e nel 594 divenne abate del piccolo monastero.
La Chiesa negli anni della dominazione longobarda stava attraversando una grave crisi spirituale per la decadenza dei costumi, per la disorganizzazione nel clero e per l'eresia ariana. Anche nel piccolo convento di Porto Venere alcuni monaci preferivano dedicarsi ai piaceri terreni; ciò provocò l'intervento dello stesso papa Gregorio Magno, che depose l'abate Giovino.
A Venerio toccò il difficile compito di riportare la comunità sulla retta via: egli vi introdusse la regola di S. Benedetto e con la sua vita virtuosa divenne esempio per tutti. La gente dei dintorni e i pellegrini venuti da lontano accorrevano a Porto Venere, richiamati dalla santità e dai prodigi di Venerio.
Forse spinto dal desiderio di condurre una vita di preghiera e di meditazioni, Venerio si ritirò al Tino, dove non si isolò dalla comunità, continuando a tenere stretti legami spirituali. Morì nel 630. Secondo la tradizione popolare, che gli attribuisce molti miracoli, salì al cielo in mezzo ad una schiera di angeli mentre dalla terra sgorgava un'acqua miracolosa e si diffondevano nell'aria soavi profumi. Dalle scarse notizie storiche sappiamo che inizialmente il corpo fu sepolto nell'isola del Tino e che in seguito venne trasferito, per decisione del vescovo di Luni Lucio, sulla terraferma, forse nella chiesa "in Antoniano"(sito indicato oggi dalla pieve di S. Venerio, vicino a Migliarina). Nel IX secolo i resti furono portati a Reggio Emilia, per metterli al riparo dalle incursioni dei Saraceni. In quel secolo, infatti, contro le coste del Mar Ligure si intensificarono le scorrerie dei Normanni e soprattutto dei saraceni: si spense la vita commerciale e marinara e le navi dovettero limitarsi al traffico litoraneo. I Franchi tentarono qualche incursione contro i pirati e forse a queste spedizioni parteciparono navi di Luni e di PortoVenere .
La minaccia dei pirati aumentò nel X secolo: i saraceni facevano strage di uomini, saccheggiavano case e chiese e con le navi cariche di bottino riprendevano il mare. La Chiesa ormai era passiva: ci si ritraeva dal litorale verso luoghi più sicuri e le coste e le valli si riempivano di torri e di castelli.
La vita civile riprese lentamente agli inizi del secolo XI, per la ritrovata, seppure temporanea, tranquillità del mare.
In questo periodo verso la metà dell'anno 1000, nel 1054 circa, il prete Pietro, nell'isola del Tino, fondò un monastero, secondo la regola benedettina, in onore di Dio, della Beata Vergine Maria e di S. Venerio. Si recò quindi a Roma dal Papa e ne ottenne l'approvazione. Papa Leone IX concesse ai monaci di eleggere l'abate e stabilì che il monastero non fosse sottoposto all'autorità di nessuno, eccetto a quella diretta del Papa: esso perciò non dipendeva dal Vescovo di Luni.
Pietro presso la piccola chiesa, secondo la tradizione eretta sulla primitiva tomba di Venerio, ravvivò il culto del Santo che mai si era spento nella desolazione dei secoli bui dell’Alto Medioevo. Egli restaurò e ingrandì l'antico edificio ed ottenne le prime donazioni dagli Obertenghi, signori della Lunigiana. Sotto di lui e sotto il secondo abate il monastero acquistò un notevole patrimonio terriero nel lato occidentale del Golfo e nelle tre isole.
Le largizioni degli Obertenghi (i quali si erano disgregati in diversi rami per interessi politici e territoriali) diminuirono nell'ultimo quarantennio del sec. XI; i nuovi benefattori del Tino furono i signori di Vezzano e di Trebiano ed alcuni proprietari minori.
Nel 1080 i monaci del Tino ricevettero in Corsica una prima donazione dagli Obertenghi, seguita da altre dei signori locali, sicché anche in quell'isola il chiostro benedettino ebbe un notevole patrimonio territoriale e varie rendite.
Sull'avvenire dell'Abbazia del Tino certamente influì l'occupazione, da parte dei Genovesi, di Porto Venere, che apparteneva ai signori di Vezzano.
Nel 1113, come si legge sulla porta d'ingresso, Porto Venere divenne "Colonia Januensis": per sanare la situazione che si era determinata a seguito dell'occupazione militare, Genova acquistò Porto Venere dai signori di Vezzano. Era inevitabile che i Genovesi cercassero di assicurarsi l'appoggio, se non il dominio, del monastero del Tino, con le sue isole e i suoi possedimenti nel Golfo e nella Corsica. Nelle acque antistanti l'isola furono numerosi gli scontri tra galee pisane e genovesi e non mancarono episodi di scorrerie e devastazioni.
Nel 1133 il monastero del Tino, insieme con quello di Brugnato, venne assoggettato all'arcivescovo di Genova, pur rimanendo proprietà della Santa Sede: papa Innocenzo II, con questo gesto, voleva ricompensare i Genovesi, per averlo sostenuto, quando alla sua elezione era stata contrapposta quella di un antipapa.
Nel 1283 il villaggio di S. Giovanni fu incendiato e distrutto e non venne più ricostruito; con il nome di S. Giovanni oggi è nota la punta dell'isola rivolta verso Lerici.
Nei secoli successivi, le alterne vicende degli abitanti dell'isola furono legate a quelle di Porto Venere e di conseguenza alla storia della Repubblica di Genova.

 
 


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